Arriviamo a Roma (e non ad Alicante), e troviamo Tanja con le Pìpidi che ci accolgono festanti (sia Tanja che le Pìpidi). Nonostante due panini formato dirigibile ingurgitati presso i nastri bagaglio, accettiamo l’invito della mamma di Tanja per un piatto di spaghetti ai gamberoni freschi, con Rodolfo e il cugino di Tanja da Gratz. Simpatico.
Le cane sono lasciate in terrazzo, ed ululano come licantropi, finché non trovano una via alternativa per entrare allegramente a casa (lasciando le loro gioviali unghiate sul parquet). Ri-confinate le bestie al loro posto, prendiamo un caffè, e ci congediamo, alla volta di casa; dobbiamo prendere il mega uovo pistacchioso. Traccheggiamo un po’ – siamo stanchi del viaggio – e ci mettiamo in macchina. C’è una fila micidiale, e dopo due ore siamo ancora dentro il raccordo, altezza Appia. Sull’autostrada la musica non cambia: code, e ancora code per tutti i castelli, fino a San Cesareo. Alla fine, si apre un po’ di strada, ché uno dice “finalmente!”

Tzé! E che, azzardi un ottimismo? All’altezza dell’autogrill altezza Cassino, la macchina comincia a zompare come un canguro, e a tirare verso destra. Sarà una gamma bucata, o sgonfia; in realtà, la pressione è ok. Facciamo delle prove. Si ipotizza un ventaglio di cause, tutte relative alla ciclistica. Alla fine, si decide di andare ad un’ACI, consigliata da un benzinaio. Moneti cerca su internet, trova l’indirizzo e ci setta il navigatore. Mirabile esempio di tecnologia integrata che risolve i problemi. Peccato che l’ACI in questione sia una delegazione, di quelle dove paghi il bollo – per intenderci, ed è ovviamente chiusa. Sì, perché nel frattempo si sono fatte le 20:30, e noi, tanto per cambiare, stiamo per strada con una scarpa e una ciavatta. Erminia si lancia in una proposta: prendiamo un’auto a noleggio. Giacinto propone di trovare da dormire. Di slancio ci consegnamo in mano a “padre Pio” il benzinaio che poc’anzi si era prodigato per farci incerottare il fascione di Kit. Due sono le domande: un posto dove dormire e un meccanico. Due sono le risposte, entrambe confortanti. Abbiamo l’indirizzo di un agriturismo a cui lui ci ha raccomandati e il numero di un suo amico meccanico. Rasserenati ci dirigiamo al posto indicato: ci sono prati, casette di legno e fauna di tutti i tipi, compreso un pavone.

20140420-115021.jpg

20140420-115028.jpg

20140420-115038.jpg

20140420-115045.jpg

20140420-115053.jpg
Erminia parla con il proprietario del posto.
Lui é gentile e accogliente, come la casetta di cui consegna le chiavi. I coniugi, decidono di domiciliare i bagagli e di rinfrescarsi prima di cenare, mentre le pipidi quadrupedi scorrazzano nei pratini insieme a un cane fulvo e soprattutto maschio, innamorato perso della loro Carla Fracci (Becki), che si lancia in danze da acchiapperello erotiche, mentre l’appuntato (Lola) sorveglia affinché non si compiano atti osceni.
Docciati e profumati, Erminia e Giacinto, spinti dal languore dei loro apparati digerenti, si accomodano ad un tavolo. Due antipasti misti, un secondo di carne a metá e due dolci, di cui uno appena sfornato, li consegnato neanche a Morfeo, ma proprio alla morte. Il rifugio é caldo, il sonno è profondo. Non del tutto quello dei cani che rispondono ai versi del pavone.

20140420-115403.jpg

Di buon’ora i due si vestono, chiudono i bagagli, e si lavano la faccia come i gatti. Fanno colazione e portano la povera Kit malconcia dal “dottore”.
Gomma anteriore sinistra deformata, pasticche dei freni finite, un faro bruciato, sempre l’anteriore sinistro, come la luce di stop posteriore. Tutto sistemato entro le ore 12.30 di Sabato Santo, e con il conto in banca più impoverito del previsto.
Mentre Kit è sul lettino, Giacinto sporge denuncia di smarrimento del proprio passaporto alla caserma dei carabinieri lì vicino.
Tutto sommato i due hanno risolto un po’ di rogne.
Meno ricchi ma più tranquilli s’incamminano con Kit guarita verso la destinazione da raggiungere: Lauria. Ce la faranno stavolta i nostri eroi?
Mai dare tutto per scontato.
Alla fine, si arriva a Lauria ad un’ora decente. C’è Loretta con il piccolo Stefano, cui viene regalata la magliettina ungherese. Ci sono le partite in TV, Elia e Lucia che ci accolgono dopo le nostre peripezie, il calore familiare che ci avvolge sembra davvero la fine dei guai.
Sembra, perché il meglio deve ancora venire.
Usciamo di casa per andare a salutare Zia Maggie in erboristeria, e per portarLe i nostri auguri di Pasqua. Intanto è stato acceso un bel Fucariddo, che rende l’atmosfera ancora più rilassata.
Usciamo di casa, e, alla prima rampa di scale, scambio il penultimo gradino con l’ultimo; cerco di controbilanciare il mio peso sulla gamba destra, e il risultato è un #Crack!# interno al mio ginocchio che viene sentito fino a Lagonegro. Il dolore è talmente lancinante, che non riesco a parlare. Moneti mi guarda con un misto di rassegnazione, disprezzo, curiosità, dispiacere e preoccupazione. Mentre mi dimeno come una serpe tra gli artigli di un falchetto, mi chiede (virgoletto a futura memoria):

Hagi, ti prego, dimmi che stai scherzando

Non scherzo, mannaggia a qualsiasi principio primo in cui credete!

È un attimo, e la scena patetica è davanti agli occhi non solo di tutta la famiglia di Moneti, ma anche del vicino di casa che – oltraggio – torna pure da una partita di calcetto!
Vengo portato a braccia a casa, e vengo appoggiato su un divano come fossi un centenario. L’amarezza scorre potente in me, e la Roma vince.
Domani è Pasqua. È il momento della resurrezione, secondo il calendario ecclesiastico. E secondo me?