Sono giorni complicati, in Asia Meridionale. Un’esplosione avvenuta a Delhi, nella zona del Forte Rosso, sembra scoperchiare un filo rosso terroristico che corre da Islamabad fino a Delhi, passando per Kabul. La polizia e i servizi Indiani hanno collegato un’esplosione molto potente che ha causato ad oggi (12/11/2025) tredici morti – i bilancio è provvisorio, ed era di nove morti solo ieri.
Uso il condizionale perché preferisco usare cautela, visto che abbiamo testimoniato tutti il grado di isteria dell’informazione (“ufficiale” e no) durante l’operazione Sindoor, spesso fomentata dalla strategia di polarizzazione culturale e religiosa operata dal Governo Indiano. Un report del Guardian l’ha monitorata, e trovate una buona sintesi QUI.
I FATTI
Nella serata di lunedi 10 novembre, poco prima delle 19:00, nei pressi della fermata della metro Laal Qila (Forte Rosso) di Delhi, una Hyundai i20 salta in aria con un’esplosione potentissima, uccidendo 9 persone più il conducente. Il bilancio si aggrava nei giorni successivi, arrivando al momento a 13 vittime. Nelle prime concitatissime fasi, la polizia non parla di attacco terroristico, ipotesi che comincia a farsi largo nelle ore successive, complici una retata in J&K (Jammu e Kashmir) di terroristi affiliati al gruppo Jaish-al-Mohamed, che insieme a Lashkar-el-Toiba è uno dei gruppi terroristici d’ispirazione Qaidista più importanti della regione, e di un secondo attendo attentato suicida a Islamabad il giorno dopo, davanti a un tribunale. Quest’ultimo attentato è stato rivendicato dal gruppo Jamaa-al-Ahrar, fazione dei Tehreek-e-Taliban, i taliban pakistani, che però negano qualsiasi coinvolgimento). Così stando le cose, l’attacco potrebbe essere inserito nel contesto di forti tensioni regionali con l’Afghanistan, su cui mi sono già soffermato QUI e QUI. Sempre nella giornata di martedi, a seguito di un altro attentato nella regione del Waziristan, vicino al confine Afghano, l’Esercito Pakistano ha condotto un’operazione antiterrorismo in cui sono rimasti uccisi due Talebani di nazionalità afghana. Il Premier Pakistano ha indicato l’India come organizzatore degli attacchi, senza però presentare prove con cui suffragare il teorema. Allo stesso modo, l’India suggerisce in maniera surrettizia che il Pakistan possa avere delle responsabilità nell’organizzazione degli attacchi. In queste ore sta prendendo corpo un legame con la Lotta Armata Kashmiri, in quanto la polizia dello Stato del J&K ha fermato tre persone, medici in servizio in India, che secondo le accuse sarebbero affiliati al gruppo terroristico Jaish-e-Mohamed. A casa di uno dei sospettati sarebbero stati trovati più di 300 chili di Nitrato di Ammonio, elemento importantissimo per il confezionamento di bombe (ma che è usato anche – oltre che in agricoltura – anche in ambito medico. Certo, 300 chili sono un po’ troppi. Però i fermati sempre medici sono). Al momento, sul luogo dell’esplosione, i rilievi fino a qui fatti non hanno trovato tracce di RDX, sostanza presente in bombe ad alto potenziale, ma le indagini sono in corso.
LE DICHIARAZIONI
Da lato indiano, come detto, le dichiarazioni sono rilasciate con il contagocce, e sono all’insegna di una certa prudenza. Narendra Modi, tornato precipitosamente da una visita di stato in corso in Bhutan, ha dichiarato che «nessun cospiratore sarà risparmiato, tutti i responsabili saranno assicurati alla giustizia», mentre Amit Shah, suo braccio destro e Ministro dell’interno, ha detto che al momento si stanno «valutando tutte le piste».
In Pakistan, come già accennato prima, i toni sono molto più accesi. Il premier Pakistano ha accusato direttamente l’India: «Entrambi gli attacchi sono un esempio del peggiore terrorismo indiano nella regione. È arrivato il momento che il mondo condanni queste diaboliche cospirazioni dell’India». Ma -come detto – non ha presentato alcuna prova a sostegno della tesi.
LE INDAGINI
Al centro della vicenda c’è la dottoressa Shaheen Saeed. È in due stanze di un appartamento da lei affittate vicino a Delhi che sarebbero stati rinvenuti i famosi 300 kg di Nitrato di ammonio (che in alcune fonti giornalistiche sono lievitati a 2.900); l’appartamento appartiene ad un altro medico Kashmiri, Muzammil Ganaie, professore e collega di Saeed presso il polo universitario di Al-Falah. Secondo le prime indiscrezioni, Ganaie apparterrebbe ai “colletti bianchi” in appoggio ai gruppi terroristici. In un’ulteriore perquisizione della Maruti della dottoressa Saeed sarebbero stati scoperti inoltre un fucile di assalto, una pistola e munizioni. Scavando nel passato, sarebbe anche emerso che avrebbero provato ad organizzare un attentato al Primo Ministro durante le passate Celebrazioni per la festa dell’Indipendenza, ma che avrebbero annullato l’operazione per impossibilità logistica: la zona era troppo pattugliata.
CONCLUSIONI
Il quadro che emerge da questa faccenda è estremamente inquietante, e dimostra come la questione Kashmiri, nonostante la narrativa indiana e la gestione da Colonialismo interno che New Delhi ha impiantato è lungi dall’essere risolta, come prevedibile. A complicare il quadro, ci sono le dispute tra Pakistan e Afghanistan (che improvvisamente viene riconosciuto dall’India: coincidenze?) e i legami incrociati tra Emirati Arabi, Arabia Saudita, India e Pakistan che hanno riverberi importantissimi anche al di furi dell’area, sia dal punto di vista militare che economico.
Insomma, l’inimicizia ancestrale dei due fratelli separati brutalmente alla nascita, oggi cresciuti ed entrambi provvisti di armamento nucleare, tracima dagli argini regionali e diventa, ogni giorno di più, sempre un affare importante per l’equilibrio di potere nel mondo: cioè a dire che queste dispute che noi percepiamo come molto lontane potrebbero farsi sentire in tutta la loro pericolosità (economica e non solo) prima di quanto crediamo.
Per questo è meglio tenere d’occhio quanto accade in quel pezzo di mondo.
«Ed eccomi qui, Vostro Onore!» (tradotto: iscrivetevi al mio canale YouTube)
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