
Ieri si è giocata una delle più belle finali del Roland Garros di sempre.
5 ore e mezza, punto su punto, 6-4, 7-6, 4-6, 6-7, 6-7.
Era dai tempi di Federer-Nadal che non vedevo una partita così intensa. Roba da esaurire chi se la guarda in TV, figuriamoci chi la gioca.
Due tennisti meravigliosi, fortissimi (il tennis moderno ha un po’ tralasciato la bellezza per concentrarsi sulla forza, ma è un po’ una deriva del mondo intero) e apparentemente costruiti pure fisionomicamente per dare vita ad una di quelle meravigliose dicotomie tennistiche che sono il sale di questo sport: Borg/McEnroe, Agassi/Sampras, Federer/Nadal eccetera.
Algido e apollineo Sinner, con la sua postura dinoccolata e la zazzera biondo-roscia vagamente nobiliari, il tutto accompagnato dallo sguardo calmo, posato e riservato del ragazzo dai sani principî; caldo e Dionisiaco Alcaraz, con il suo incarnato moresco, i suoi lineamenti marcati e sensuali, gli occhi profondi e fiammeggianti, un fisico brevilineo ed esplosivo e la mimica aperta ed estroversa dell’Eroe Popolare.
Due fisicità opposte ai massimi livelli, presupposto per l’epica sportiva perfetta.
Il biondo e il moro.
La testa e il cuore.
Lo stratega e l’incursore.
Dopodiché: “Il Cuore” ieri ha schiantato “la testa” sul suo stesso campo: ha annullato 3 match points, ha rimontato fino ad arrivare ad un tie break che ha devastato mentalmente pure chi guardava la televisione a 2000 km di distanza, e si è preso la vittoria finale a morsi, punto su punto. Alcaraz si è addentrato lì, dove Sinner è riconosciuto come il più forte del mondo, cioè nella tenuta mentale, e ha sconfitto il numero 1 con la testa (e anche con un dritto, che – diciamocelo – è tra i più efficaci che si siano mai visti. Sarà per i nuovi materiali, sarà per le racchette, ma santa madonna, ha una legnata che a momenti manco Lendl).
Io sono stato contento, la partita non si è limitata a soddisfare la mia sete di sport, ma a tratti mi ha quasi affogato. Troppo Tennis, troppa qualità. Quando è finita la partita, mi pareva di averla giocata io (e sono certo di essere in ottima compagnia).
Il tutto, però, è stato rovinato da un’attitudine totalmente tossica che ho intercettato nel dibattito sui social (noto ritrovo di persone normali e dalle grandi capacità elaborative, ok. Me lo merito). Ad ogni i modo, mi corre l’obbligo di vergare due parole sulla “Sinner Mania”. È un po’ che ci pensavo, e la partita di ieri mi offre lo spunto ideale per farlo. Comincerò con un assunto accogliente e affatto divisivo, per stimolare un confronto civile e moderno (cit.)
La trovo incredibilmente fastidiosa e totalmente italiota.
Il tennis è uno sport individuale. Un tennista non rappresenta altro che sé stesso, non è il terminale di una collettività. Non è una squadra di calcio, con dei colori, uno stemma e una storia dietro cui riconoscersi. Non è nemmeno un fattore “Nazionale”, perché, appunto, un tennista mette al centro la propria carriera, e se si fa eccezione per la coppa Davis, il carattere “Nazionale” nel Tennis è più o meno assente. Questo senza mettere in mezzo la questione sulle Tasse pagate altrove o il suo essere SudTirolese, ché sono argomenti pretestuosi e miserabili.
Senza contare che la *quasi totalità* dei “Carota Boys” che conosco è assimilabile ai tifosi di Luna Rossa nella vela: occasionali che si scoprono skipper una volta ogni quattro anni e sfoggiano grandissime competenze nautiche su X e Facebook.
Posso capire perfettamente l’ammirazione per l’atleta, ché è di un livello davvero apicale; posso capire anche la simpatia che un carattere così riservato (fronte ad un talento che renderebbe facile il montarsi la testa a chiunque) può ispirare. Però l’idolatria personale, quella proprio no. È roba da aborigeni animisti da “Cargo Cult”. Sinner rimane una PERSONA. Un INDIVIDUO.
Non ha un carattere “simbolico”. Non è una bandiera. Non è uno stemma. Non è il Capitano di una squadra, ma è un uomo solo che persegue un SUO percorso di crescita personale, che riguarda LUI e SOLO LUI. Va bene accompagnarlo. Va benissimo sostenerlo, sia qualora lo si prenda in simpatia, sia perché si ammiri il suo tennis.
Tuttavia, il culto personale e gli eccessi che ho visto mi fanno riflettere tantissimo su cosa siamo diventati.
Quando ci rifletto, mi riesce difficile non tracciare un collegamento tra queste forme di impazzimento collettivo e l’articolazione della politica occidentale di oggi. Su come i nostri cervelli si siano assuefatti all’equivalenza tra “simbolo” che rappresenta un gruppo e una “Persona” che magari al gruppo piace, ma rappresenta unicamente sé stessa.
Basti pensare alle reazioni alla sconfitta di ieri sui social: una roba che manco su Retequattro da Del Debbio. Una polarizzazione insensata, una pressione fuori scala per due ragazzi che se sommano i loro anni non arrivano a quelli di un supporter da divano medio che vomita certezze e frustrazioni nell’etere. Una dialettica non dissimile da quella dei genitori che si menano alle partite di calcetto dei figli di otto anni, o alle foto dal mare il giorno del referendum. Violenza verbale, epistemica, che avvelena il nostro discorso pubblico a tutti i livelli.
Meno male che – in tutto questo – le beghe di basso cabotaggio dei boomers da tastiera lasciano più o meno indifferenti questi due bellissimi ragazzi, che grazie al dono di un talento cristallino e alla capacità di amministrarlo bene, ci danno il privilegio di poter guardare, rapiti, partite come quella di ieri.
Grazie Jannick. Grazie Carlos.
Spero continuiate a farci divertire negli anni a venire. Le premesse ci sono tutte.
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