Logo-Trilussa

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Manfredi inserì le chiavi nella toppa e aprì, intuendo quasi subito il gioco della serratura. Si trovò davanti un bel salone, aperto e luminoso, con delle finestre ampie, velate da tende candide e pulite. Il salotto era di ottima fattura e non c’era, Manfredi apprezzò, nemmeno un mobile Ikea. Il tavolino basso di vetro era sbracato, ma proveniva sicuramente da un mercatino di modernariato sofisticato radicalchic. Il tappeto peloso, anche se macchiato di rosso su un angolo, si accordava con tutto l’insieme. Il pavimento era una graniglia popolare, di quelle sale e pepe, tipica degli alloggi di Garbatella; le persiane erano in ottimo stato, segno di una manutenzione costante; sul pianoforte verticale erano appoggiate delle fotografie che attirarono subito la sua attenzione. Ci si avvicinò, anche perché lì accanto c’era una libreria non troppo grande, ma sfruttata in ogni centimetro. Per prima cosa Manfredi prese il panetto di fumo e lo ripose dentro il pianoforte, proprio dove aveva detto Livia, poi si volse verso la libreria di cui cominciò a scorrere i titoli. Molto teatro; Shakespeare, Ibsen, una raccolta economica di tragici greci e tutta l’opera di Pirandello. Uno scaffale pieno di cartelle, copioni e quaderni. Poi letture disordinate, da Tiziano Terzani a Stefano Benni, da Roth a Montalbàn, con qualche vecchio classico di Walt Disney, platealmente intruso. Le foto sul pianoforte erano perlopiù di scena; poi Livia con la mamma, lei al piano all’età di otto o nove anni, lei con un cane. Sempre sorridente. Sempre bellissima, anche da bambina.