Buongiorno, Etere.

 

Oggi ci prendiamo una pausa dal ciclo del Nòstos. D’altra parte, ve ne state freschi in panciolle il dì di festa, e non vedo perché non rovinare un po’ la vostra serenità.

Già. Perché mai come prima, l’offensiva revisionista scatenata negli anni novanta sta andando a dama. Miriadi di topi escono dalle fogne, rivendicando il ricordo dei loro morti il giorno della Liberazione. O “della vergogna”, come la chiamano loro, cedendo il fianco a quel senso di colpa e inadeguatezza su cui gli Alleati fecero la debita pressione, all’èpeca.

Lasciamo perdere per un attimo che la commemorazione del 25/4 dovrebbe stare a un fascio come Sasha Grey sta ad un Muezzìn. Facendo una sintesi imperdonabile ma molto in linea con le informazioni “da web”, azzardo che ad oggi, 25/4/2017, sono una venticinquina d’anni che le società di tutto il mondo fronteggiano un’offensiva culturale nata dai Think Tanks Neocon americani, e cavalcati – non senza criterio – da tutti i veterofascismi del mondo, compreso il nostro, bisognosi come non mai di una “romanella” ideologica. Crollato il muro di Berlino, la dialettica identitaria binaria così come aveva tenuto fino ad allora sarebbe stata dovuta essere totalmente ripensata. Da qui le strategie prima della famigerata Pensée Unique, poi della polarizzazione contro le avversità per generare e coagulare consenso. Il tutto condito con quel relativismo, centrato e analizzato da Ratzinger con la maestria del grande teologo, bellamente ignorato dai tanti sedicenti cattolici, pure in casa nostra.

Non che la sinistra (vera) sia caduta dalle nuvole: non si può rinunciare alla propria egemonia culturale, così, senza dire niente, per non dare fastidio. Tra l’altro Gramsci è tra gli ispiratori dei pionieri del revisionismo neocon. Poràccio pure lui. Per le “persone anziane” come me fa male dirlo, ma dal bel disco “Conflitto” degli Assalti Frontali sono passati ventun anni. Insomma, gli antagonisti parlavano, informavano, sensibilizzavano. Ma senza armi da fuoco, non se l’inculava li filava più nessuno.

Sono venticinque anni che l’Antifascismo è diventato un terreno dialettico, privato della sua natura azionista e movimentista. Frammentato in mille particelle egoriferite arroccate (spesso) in belle terrazze romane o lungo i Navigli. Venticinque anni a combattere invano contro fascisti in doppiopetto una guerra a bassa intensità mai dichiarata, fatta di silenzi e tabù, popolata dai  tipici fantasmi di chi non ha saputo elaborare un lutto prima di ricostruire sè stesso dalle macerie. Il risultato di questo lavorìo, portato avanti complice una classe intellettuale imbolsita e schiava del proprio benessere borghese che ha chiuso tutti e due gli occhi per non vedere, è sotto gli occhi di tutti: la “sinistra” che è diventata la “Bad Company” della Prima Repubblica, per effetto di una revisione storica fatta di contronarrazioni pelose, di insinuazioni che diventano verità accettate, di un battage mediatico che ha trasformato il senso della partigianeria come un atteggiamento fuori dalla storia.

E ora? E ora siamo al Redde Rationem: scriverò qualcosa di molto brutto, e che la mia anima profonda non condivide. Ma io scrivo sempre mediato dal cervello, sennò comincerei i miei post con “Caro Diario”.

Noi abbiamo un grave problema con la memoria condivisa. Io non credo sia un’idea così peregrina mettere in relazione le difficoltà di cambiare sistema in Italia con l’incapacità che il paese ha nell’elaborare la propria storia. Intendiamoci, la Repubblica è uscita da una Guerra Civile, quindi non è che la pace sociale sia una cosa data per scontata. È un processo complicato, che deve passare attraverso il riconoscimento delle proprie contraddizioni. Si può essere fascisti o antifascisti, ma sempre secondo un  criterio aderente al principio di realtà. E noi, questo filo, lo abbiamo perso. Ma forse non l’abbiamo mai realmente voluto cercare. Gaber scriveva “Io non mi sento Italiano” e Springsteen “Born in the USA”. Trova le differenze tra Guerre Civili. Ci si è uccisi per politica, ma senza mai andare davvero oltre ad una logica di Azione/Rappresaglia. Una guerra, appunto, non una strada verso la riconciliazione. Poi, che sia essa possibile o no, è tutt’altro paio di maniche. Ma di certo, non si può continuare a vivere in un paese in cui una sua metà ignora l’altra.

Il lato borghese della mia sfaccettatissima e paraculissima personalità mi fa scrivere “MENO MALE” che la dialettica politica sia diversa da quella degli anni settanta/ottanta: Perché sì, è vero che la consapevolezza era di un altro livello, ma si era finiti con ragazzi che si sparavano per le strade per un eskimo o una camicia di buona marca. O con il lato più marcio del potere che infiltrava gruppi di ragazzi che tutto erano fuorché marci.

D’altra parte, nella società parolaia di oggi, non c’è verso di ottenere attenzione o rispetto da un potere che si fa fascista ogni giorno di più. Perché la violenza di oggi è economica, e l’attacco al Welfare e al mondo del lavoro da parte del potere (politico, economico, tecnocratico/mediatico) è stato violentissimo e perseverante. Quindi le pistole sono diventate post sui social, e qui il lato borghese della mia sfaccettatissima e paraculissima personalità mi fa rimpiangere le P38. I morti sparati non sono un contributo alla pace sociale, ma hanno un peso diverso rispetto alle vomitate di bile dei vari Napalm51. Quello che vedo è che abbiamo degli strumenti in mano che potrebbero essere l’Uovo di Colombo per dirimere controversie, che invece diventano strumenti di conflitto: vettori di odio e intolleranza, spesso e volentieri in mano a veri e propri deficienti in cerca di visibilità.

Ora, può la dialettica politica e antifascista declinarsi in queste modalità? con il Plebiscito della rete? Lascerei queste raffinate tecniche di democrazia diretta ai comici, e arriverei – finalmente – al punto di questa lunga pippa dissertazione, probabilmente fumosa, ma sentita.

I fascisti hanno avuto i loro morti. Non è pensabile che Piazza Venezia fosse popolata di comparse pagate. Il Fascismo è stato un periodo di fascinazione (rincoglionimento?) collettiva, in cui la maggioranza della popolazione si è trovata invischiata, ognuno in una maniera personalissima e non generalizzabile. L’andamento della guerra ha favorito l’insediamento di una nuova classe dirigente, selezionata sulla base dell’antifascismo, che ha marginalizzato la controparte (d’accordo, è tirata via. La realtà è molto più complessa, e io semplifico. È  un blog, non un articolo scientifico. Troppo pigro per scriverne uno). Certo, un conto è l’MSI marginalizzato, un altro conto è tutta  l’opposizione fuorilegge. Ma quelli ragionavano così, il contesto europeo dell’inizio del Secolo Breve era molto diverso e per comprendere la direzione delle politiche dell’epoca non si può prescindere da esso. Comunque, sempre di guerra per l’Egemonia si tratta.

Ecco.

La domanda è: hanno diritto questi, eredi di chi ci ha trascinato in una guerra devastante, che ha soppresso le libertà civili, che ha introdotto l’elemento razzista nelle logiche di potere, che ha imposto una visione eugenetica a chi non si poneva minimamente il problema, facendo fare un balzo di duecento anni indietro ad un’intera comunità, a commemorare i propri morti? Intendo, esiste una risposta negativa a questa domanda che non affondi le radici nel nostro ventre, invece che nella nostra testa?

C’è un problema numerico che ci impone questa domanda: non si può continuare ad ignorare il nostro dirimpettaio, non possiamo avere idraulici selezionati sulla base del loro credo politico. E poi, diciamolo: non possiamo continuare a parlare di educazione all’ascolto e al rispetto delle diversità, se non siamo in grado di esercitarlo quando è davvero difficile: perché è facile empatizzare con chi è più sfortunato, molto più difficile farlo con chi è uno stronzo patentato, e fiero di esserlo.

Quindi, fuori i fascisti dal 25 aprile, perché non è che al Circo Massimo del 2001, alla festa dello scudetto della Roma, i Laziali fossero benvenuti: Io, per esempio, provai ad andarci, mimetizzato. Ma non riuscii ad arrivarci. Mi cominciai a sentire male alla Sinagoga, e tornai indietro.

Ma disponibilità al confronto, quello sempre.

Col cervello e con le mani, quanno ve pare.