Aravind Adiga, il vincitore del Man Booker Prize del 2008 (la stessa edizione in cui Sea Of Poppies è finito in Shortlist), ha centrato il suo lavoro The White Tiger sull’esistenza di una doppia India (ciò che abbiamo chiamato in questa sede “Bharat”, lui le chiama “le Tenebre”

[1]), e su una romanzata possibilità di passaggio da Tenebre a Luce attraverso l’omicidio del proprio padrone. Nell’etica servile, spesso menzionata dal protagonista, il rapporto che lega servo e padrone è spesso paragonato a quello genitoriale, e l’omicidio del proprio padrone si configura quindi come una declinazione del complesso di Edipo, e l’espediente narrativo di traslazione freudiana ci dice molto.

L’opera di Adiga è interamente scritta in prima persona, e annulla di fatto la distanza tra narratore e protagonista; si presenta sotto forma di lunga lettera ad un solo destinatario – sullo stesso schema – per intenderci di Lettera al mio Giudice di G. Simenon o di Lamento di Portnoy di Philip Roth), per cui la focalizzazione del racconto – sempre secondo lo schema di Genette – risulta essere interna fissa: è un solo personaggio a raccontare e interpretare le cose.

I due romanzi, coevi, concorrenti per lo stesso premio letterario, offrono diversi interessanti spunti di riflessione. Entrambi pongono al proprio centro una precisa idea di India. Per rimanere in un contesto di analisi linguistica del testo letterario, si asserirà che Ghosh sceglie un percorso storiografico, con un testo caratterizzato da una forte prevalenza delle funzioni referenziale (orientata al contesto), Metalinguitistica (orientata al codice) e – ovviamente Poetica (orientata al messaggio stesso). Adiga, invece, sceglie un percorso sociologico e il suo testo è caratterizzato dalla prevalenza funzionale poetica, emotiva (funzione orientata al mittente) e conativa (orientata al destinatario, in questo caso sdoppiato nella figura letteraria del destinatario della lettera – il Primo Ministro Cinese – e del lettore del libro). Adiga non usa mai alcun richiamo esplicito alle lingue locali, mantenendo la sua lingua inglese piana e standardizzata; segue un suo percorso di ibridizzazione, ma lo focalizza sui metodi di produzione:

[…]Non li tratto da servi: non schiaffeggio, non insulto, non umilio nessuno. Neppure li offendo definendoli la mia «famiglia». Sono i miei dipendenti, e io il loro capo, ecco tutto. Gli faccio firmare un contratto e ne firmo uno anch’io, ed entrambi dobbiamo onorare quel contratto. Ecco tutto.[2]

Nella sua narrazione in prima persona, Adiga incarna la tensione dell’indiano medio verso un modello che si presenta come altro da quello autoctono, vissuto da chi conosce solo la realtà rurale. Un “riscatto” ottenuto attraverso il sacrificio delle proprie “radici” (la famiglia di origine, presumibilmente massacrata nel villaggio ancestrale a seguito del suo omicidio) e la compromissione dei suoi “rami” (il giovane nipote, lasciato orfano dalla madre per colpa sua).

La Tigre Bianca è un romanzo che insiste su una dimensione temporale presente, in cui il passato è interpretabile come un fardello e il futuro come un territorio oscuro e potenzialmente pericoloso. Per trasmettere quest’idea, Adiga ha scelto una prospettiva narrativa profondamente antropocentrica, caratterizzata da un punto di vista critico nei confronti di alcuni capisaldi della struttura sociale indiana. Per questo motivo il libro è stato da un lato salutato come grande atto di coraggio dalla critica indiana più aperta e laica, mentre dall’altro è stato aspramente criticato da quell’uditorio più legato alla tradizione Hindu, la quale ha accusato l’autore di trasmettere un’immagine dell’India falsa e ingenerosa. Non si può certo applicare nessun modello euristico o meccanicistico alla sensibilità letteraria – sia essa comune o individuale – ma la propensione indiana alla rimozione di cui parla Kakar[3] spiega sufficientemente l’atteggiamento “tradizionalista indiano” nei confronti di tutte le narrazioni che non collimino con quell’astratto senso comune che è percepito come architrave della comunità. Ne è un esempio lampante l’ostracismo recente subìto da “The Hindus – An Alternative History” dell’indologa statunitense Wendy Doniger, che ha addirittura costretto l’editore – Penguin Books India – a ritirare il libro dal mercato indiano a causa delle fortissime pressioni ricevute.

Il caso di Sea of Poppies è – come si diceva – diametralmente opposto al romanzo vincitore del Man Book Prize. Se The White Tiger è un romanzo scritto in un’ostinata prima persona, Sea of Poppies è caratterizzato da una pluralità di prospettive e da una coralità di voci che risultano essere quasi chiassose. Se il focus di Adiga è sulla modernità indiana centrata sul proprio presente, Ghosh la storicizza filologicamente, dipingendo l’identità indiana moderna come una risultante storica. Adiga sceglie l’uso della prima persona per coinvolgere il lettore, ma per farlo utilizza un inglese standardizzato con il quale veicola il racconto di un passaggio di stato del protagonista, attraverso uno smantellamento (metaforico e fattuale) del complesso carnale e culturale costituivo dell’identità del personaggio: una lingua formalmente algida che descrive una rivoluzione interiore che diventa sineddoche di un intero popolo. Viceversa, Ghosh alterna la terza persona del narratore – che si esprime in un inglese grammaticalmente standard ma formalmente articolato in maniera complessa – con il discorso diretto dei personaggi, i quali “parlano”, sì, tutti in inglese, ma contribuiscono ad arricchirlo, ognuno con il proprio sostrato linguistico. Ne scaturisce una narrazione intrinsecamente ricca, che esprime sostanza attraverso la forma. La coralità del racconto offre uno spaccato di India radicalmente opposto a quello espresso da Adiga. Non è una rivoluzione interiore che diventa appannaggio di ciascun lettore attraverso un freddo susseguirsi di eventi, ma piuttosto è il racconto di una rivoluzione sociale, etnica e culturale che diventa mattone della negoziazione identitaria collettiva, espresso attraverso una forma linguistica che sottolinea lo stratificarsi di diversi gradi di consapevolezza del proprio ruolo storico. I personaggi della Trilogia sono attori di un cambiamento, e lo testimoniano attraverso il loro agire e confrontarsi, anche se a volte sono “mediati” da un narratore terzo. Il “passo” narrativo, infine, è più lento, articolato in una corposa trilogia laddove Adiga comprime il passaggio di stato del suo protagonista in un libro veloce, breve e asciutto.

 


 

[1] The Darkness nel testo

[2] Aravind Adiga, La tigre bianca, Einaudi, Torino 2008, pag. 196 (Trad. N. Gobetti)

[3] Sudhir Kakar, The indians – portrait of a people, Neri Pozza, Vicenza 2007